Luigi Rossi, Giuseppe figlio di Giacobbe
di Anna Paola Caroni L’autore: Luigi Rossi Luigi Rossi, detto «Aloigi de’ Rossi napolitano», fu uno dei più significativi compositori attivi nella Roma barocca della prima metà del Seicento. Dal 1641 appartenne alla cerchia del cardinale Antonio Barberini, che lo volle al proprio servizio e per il cui ambiente teatrale egli compose alcune tra le sue pagine più importanti. Nel 1646 Rossi fu chiamato a Parigi dal cardinale Barberini, allora in esilio, e dal cardinale Mazzarino, dove compose la sua opera più famosa, LOrfeo su testo di Francesco Buti, rappresentata con grande sfarzo al Palais-Royal nel 1647. Il librettista: Francesco Buti Il testo di Giuseppe, figlio di Giacobbe è attribuito a Francesco Buti (1604-1682), abate e poeta molto apprezzato negli ambienti romani. Buti fu al servizio del cardinale Antonio Barberini in qualità di segretario, prima a Roma e poi a Parigi, dove rimase molti anni al servizio del cardinale Mazzarino come coordinatore delle attività musicali italiane di corte. Scrisse libretti per numerose commissioni musicali: oltre a Giuseppe, figlio di Giacobbe, è autore del testo dell’Orfeo di Luigi Rossi (1647) e, più tardi, dell’Ercole amante di Francesco Cavalli. La forma dell’oratorio La forma musicale dell’oratorio rappresenta una storia sacra in lingua volgare italiana, anziché in latino liturgico, e si caratterizza, tra l’altro, per la presenza del personaggio del Testo, narratore della vicenda. Giuseppe, figlio di Giacobbe segue la struttura consueta dell’epoca: è articolato in due ampie sezioni – due «cantate» – probabilmente separate, in origine, da un’omelia. Luigi Rossi compose verosimilmente questo oratorio poco prima del 1640, il che fa di quest’opera uno degli oratori in volgare più antichi giunti fino a noi. Le fonti e la trasmissione del testo Di questo oratorio non si conservano fonti librettistiche autonome. Il testo dell’edizione odierna è stato desunto e ricostruito a partire dalla partitura, tramandata nei manoscritti Barb. Lat. 4194 (Prima cantata) e Barb. Lat. 4195 (Seconda cantata) della Biblioteca Apostolica Vaticana. In nessuna delle fonti disponibili con cui il testo è stato collazionato – inclusi i mss. Barb. Lat. 4231, cc. 122-137, e Barb. Lat. 4296, cc. 181-237, anch’essi conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana – è riportato il titolo dell’oratorio. Nel 1789 Charles Burney, uno dei più importanti «viaggiatori musicali» del Settecento, riferì nei suoi scritti di aver trovato nella biblioteca Magliabechiana di Firenze il manoscritto di un oratorio intitolato Giuseppe figlio di Giacobbe, Opera spirituale fatta in musica da Aloigi deRossi. Il manoscritto citato da Burney è oggi perduto, ma tra i microfilm raccolti in Italia dal musicologo statunitense Beekman Cox Cannon (1911 - 2004) si conserva un oratorio anonimo sulla storia di Giuseppe e dei suoi fratelli che, con ogni probabilità, corrisponde all’opera di Luigi Rossi. Sulla base di queste considerazioni si è ritenuto di attribuire questo titolo alla presente esecuzione. Il testo dell’oratorio di Francesco Buti Buti parafrasa nei suoi versi i capitoli 42 - 45 del libro della Genesi, che narrano il riconoscimento da parte di Giuseppe, figlio di Giacobbe, dei fratelli che anni prima lo avevano venduto agli Egiziani. I dieci figli di Giacobbe si presentano alla corte d’Egitto per chiedere aiuto a causa della carestia e, inconsapevoli dell’identità del potente interlocutore, si rivolgono al fratello Giuseppe, divenuto viceré del faraone. Giuseppe li riconosce immediatamente ma, senza rivelare chi egli sia, li tratta con durezza e disprezzo, ancora memore dell’offesa subita; infine, dopo varie prove e vicissitudini, egli si fa riconoscere, chiede perdono e si riconcilia con loro. I personaggi dell’oratorio sono: il Testo (contralto), Giuseppe (basso), tre figli di Giacobbe (due soprani e un tenore) e cori a 3, 4 e 5 voci. Aderendo all’uso dell’epoca, Buti adotta versi liberi per le parti destinate al recitativo, mentre per le arie ricorre a forme poetiche metricamente più rigorose. Lo stile musicale di Luigi Rossi L’organico strumentale dell’oratorio prevede due violini, violoncello, violone e basso continuo. La narrazione e i dialoghi sono affidati ai recitativi, che in Rossi diventano un veicolo espressivo particolarmente curato e musicalmente raffinato, lontano dall’asciutta declamazione tipica di molti lavori coevi di scuola romana. Le vivide linee melodiche e i repentini cambi armonici sono portavoce di un sentire immediato e di un’espressività spontanea. Le arie sono piccoli cammei di cantabilità, capaci di intrecciarsi con grande naturalezza al fluire del discorso narrativo. Se ne trovano esempi eloquenti nell’aria La sua veste insanguinata, in cui nella prima parte dell’oratorio uno dei figli di Giacobbe racconta con intensa partecipazione emotiva la reazione del padre alla notizia della scomparsa di Giuseppe; nell’aria Alme vili, indegni avanzi della fame, dove l’ira di Giuseppe si abbatte sui fratelli, da lui pretestuosamente accusati di aver rubato una coppa d’argento; e ancora nel toccante e breve lamento Misero, e che farò, affidato a uno dei fratelli, che dà voce alla propria impotenza di fronte all’irremovibile durezza di Giuseppe. Una funzione centrale in questo oratorio spetta alle sezioni corali, attraverso le quali Rossi fa intervenire e partecipare in modo drammatico alla vicenda l’intera piccola comunità dei fratelli di Giuseppe. I cori conclusivi di ciascuna cantata, così come altri passaggi corali disseminati all’interno dell’opera, hanno spesso una funzione didascalica, in virtù dello specifico contenuto morale del testo cantato. Grazie a una scrittura contraddistinta da un’eloquenza laconica e da una apparente semplicità contrappuntistica, Rossi elabora in questo oratorio modelli espressivi e formali destinati a esercitare una rilevante influenza sulla letteratura oratoriale a lui posteriore. Quello che vi proponiamo questa sera è un programma originale: un’esecuzione di rarissimo ascolto, che cade esattamente a 385 anni dalla prima esecuzione romana dell’oratorio, avvenuta nel 1641. Il recupero delle fonti musicali coeve è stato il primo passo per restituire vita a un oratorio musicalmente ricchissimo e a lungo dimenticato, che si colloca a pieno titolo nello sviluppo di questa forma nella Roma controriformistica della prima metà del Seicento.