Alessandro Scarlatti (1660 - 1725)
Miserere in do minore
per soli, coro, archi e bc
Miserére mei, Deus
(Psalmus
50/51)
Miserére mei, Deus,
secundum
magnam misericórdiam tuam.
Et
secúndum multitúdinem miseratiónum tuárum,
dele
iniquitátem meam.
Amplius lava me ab iniquitáte mea,
et a
peccáto meo munda me.
Quóniam iniquitátem meam ego cognósco,
et
peccátum meum contra me est semper.
Tibi soli peccávi,
et
malum coram te feci;
ut
iustificéris in sermónibus tuis,
et
vincas cum iudicáris.
Ecce enim in iniquitátibus concéptus sum,
et in
peccátis concépit me mater mea.
Ecce enim veritátem diléxisti:
incérta
et occúlta sapiéntiae tuæ manifestásti mihi.
Aspérges me hyssópo, et mundábor;
lavábis
me, et super nivem dealbábor.
Audítui meo dabis gáudium et lætítiam,
et
exsultábunt ossa humiliáta.
Avérte fáciem tuam a peccátis meis,
et
omnes iniquitátes meas dele.
Cor mundum crea in me, Deus,
et spíritum
rectum ínnova in viscéribus meis.
Ne proícias me a fácie tua,
et spíritum
sanctum tuum ne áuferas a me.
Redde mihi lætítiam salutáris tui,
et spíritu
principáli confírma me.
Docébo iníquos vias tuas,
et ímpii
ad te converténtur.
Líbera me de sanguínibus,
Deus,
Deus salútis meæ;
et
exsultábit lingua mea iustítiam tuam.
Dómine, lábia mea apéries,
et os
meum annuntiábit laudem tuam.
Quóniam si voluísses sacrifícium, dedíssem útique;
holocáustis
non delectáberis.
Sacrafícium Deo spíritus contribulátus:
cor
contrítum, et humiliátum,
Deus,
non despícies.
Benigne fac, Dómine, in bona voluntáte tua
Sion:
ut ædificéntur
muri Ierúsalem.
Tunc acceptábis sacrifícium iustítiæ,
oblatiónes,
et holocáusta;
tunc
imponent super altáre tuum vítulos.
Giuseppe, figlio di Giacobbe
Musica di Luigi Rossi
Testo di Francesco Buti
Giuseppe Basso
Testo Contralto
I figli di Giacobbe Soprano 1, Soprano 2, Tenore, Coro
Turba de’ Servi Coro
PRIMA CANTATA
Testo Dalla valle di Mambre,
ov’è Giacobbe astretto
per la penuria angosciosa e ria
agl’ urli della fame
sottrar con lui la prole,
dieci suoi figli al grand’ Egitto invia,
acciò pronti al ritorno
portino immantinente
tante biade e frumento,
onde ricever possa
il popol di Canaan grato alimento;
e giunti all’alta reggia
in cui Giuseppe tiene
di Faraon superbo
per gl’ossequi già resi
e la vece e il comando,
riverenti inchinando il reggio manto
così parlar fûro umilmente intesi.
I figli di Giacobbe (a 5)
Al tuo gran nome il Cielo
sempre arrida sereno e de’ tuoi pregi
sìan dell’Egitto imitatori i regi.
Un figlio di Giacobbe
Noi di Giacobbe i figli
siamo in uno e tuoi servi,
a riparar qui giunti
de la fame i perigli
che i regni abbatte dal tuo re disgiunti.
I figli di Giacobbe (a 5)
Tu benigno, se mai
da la sorte e dal fato
altrui giovar fu dato,
pronto ci assisti e riconsola i lai,
che l’uom per l’uomo ha ’l grande Iddio creato.
Testo Quindi, pria che le voci
entro i real’ cancelli
sciogliesser questi ai prieghi,
di lor venuta la cagion riseppe,
e conobbe Giuseppe
per figli di Giacobbe i suoi fratelli
e bench’egli sentisse,
da lor non conosciuto,
per nuovo affetto intenerirsi il core,
preso a scherzo il rigore,
col guardo che formava un volto irato,
fintamente sdegnato egli sì disse:
Giuseppe Chi d’Egitto al vasto impero
penetrar ratti vi fé?
Di qual re le trame ordite?
Voi mentite
dentro il cor con il pensiero.
Ben vi ravviso, alme mendaci e felle,
né sète sole a semminar miserie
con doppia fronte per raccôr novelle.
Sù parlate, rispondete!
Già vedete
ch’ebbi anch’io chi m’avisò.
L’uom non può, voi ben sapete,
cosa oprar ch’altri non scopra.
E chi la mano adopra
l’ ultime a star celate
son le cose men note e più segrete.
Sù parlate, rispondete!
Un figlio di Giacobbe
Signor, se a voi per gioco
piace schernir la povertà, che vanta
lungamente goder tant’anni e lustri
quant’han fronde e ligustri
le selve d’Ascalone e di Canopo,
replicar non fia d’uopo;
ma
se livore interno
di lingua avvezza a lacerar col fiato
di bell’alma innocente
la veste, onde s’adorna e si ricopre,
mormorò contro noi note d’inferno,
di soccorrer con l’opre,
se ciò fosse concesso,
io qui con gl’altri, a me per sangue uniti,
giuro e prometto a costo de la vita
l’innocenza tradita.
Giuseppe Che innocenza? Che vita?
E così rispondete,
temerari che sète?
Un figlio di Giacobbe
Come?
Giuseppe Non più. Sia cura
di ch’impèra le sale,
la milizia reale,
questi arrestare e ne la torre oscura,
tra ceppi e fra catene,
come a’ rei si conviene,
abbian prima di morir la sepoltura.
I figli di Giacobbe (a 5)
Miseri, e che sarà
di noi, dei nostri? E che,
se chi l’esser ci diè,
da la fame assalito al suol cadrà?
Pietà, signor, pietà
di chi t’offese, no,
se offender mai si può
con dir la verità.
Giuseppe Dunque, a voi più moleste
sembron fuor dell’Egitto,
per mancanza di vitto,
le miserie d’altrui che quell’istesse
in cui vi ritrovate e ciascheduno
volontarie s’elesse?
Parli di voi sol uno,
e risponder non osi
quell’ardito e superbo
d’Ebron avvezzo a pascolar gl’armenti,
che chi giusto a le genti i doli affrena,
maggior non vuol de’ falli lor la pena.
Un figlio di Giacobbe
Signor, per breve spazio
pria di seguir tuo giusto impero e degno,
supplice ognun nel mio parlar ti chiede
che trattenga lo sdegno,
mentr’io m’inchino al tuo temuto piede.
Ci travaglia acerbamente
di veder che l’innocenza
fatta rea in apparenza
sia ludibrio de la gente.
Ma più duro a soffrir ci sembra e forte,
di noi non già, del genitor la morte.
Giuseppe E in angustie sì dure,
tra perigli sì certi,
come lasciar la cura
soffriste mai di sostentar sua vita
ad uom, se vecchio, inabil per natura?
Un figlio di Giacobbe
A la fama trascorsa
ch’il tuo re generoso
aperte avea dell’are sue le porte
per assister pietoso de la fame ai contrasti,
«Ite» - ei ci disse - «a procacciar con l’oro
quanto ch’al viver ci bisogna e basti ».
Giuseppe E chi è padre a costoro?
L’istesso figlio di Giacobbe
Quell’istesso che chiede
d’esser soccorso e che mai non conobbe
le miserie e i disastri,
l’esser a me, la vita a loro ei diede.
Giuseppe Quanti figli ha Giacobbe?
L’istesso figlio
Dieci siàn qui del tutto abbandonati,
come rei mal trattati; e di Rachele,
molt’e molt’anni sono,
l’infelice Giuseppe
nacque, che fu da un fier leon sbranato;
indi l’ultimo nato
per nome Beniamino
suo fratello uterino.
Giuseppe E come di Giuseppe la ria morte
si seppe? E a tal novella,
l’afflitto genitore
che fé? che disse? e chi lo consolò?
L’istesso figlio di Giacobbe
La sua veste insanguinata,
lacerata il palesò,
e da quel tempo in qua
egli più non gustò
de la felicità.
Giuseppe Beniamin che fa?
L’istesso figlio di Giacobbe
Presso i rivi del Taborre
dei lanuti egli col grege
dentro i pascoli corregge
chi di lor viepiù trascorre.
Ma del Padre ai consigli
tosto farà ritorno, avendo in mente
che asilo son de la vecchiezza i figli.
Giuseppe L’esser giusto e clemente,
perché non toglie a la grandezza il fasto,
anzi sempre più vasto
reso ha del mondo ogni maggiore impero,
mi richiama al pensiero
nuovo desìo di ravvisar se quanto
finor diceste oggetto sia del vero.
Onde pronti d’Egitto la partenza
affrettate ed al bisogno
soccorrete veloci e si consoli
in voi la prole e il genitore afflitto.
I figli di Giacobbe (a 5)
Viva, d’Egitto, viva,
ch’il comando ti diè.
Viva d’Egitto il re,
e la vita e la morte a te si ascriva.
Giuseppe Basti fin qui. E perché alcun motivo
io non ho di dar fede ai detti vostri,
uno di voi tra i nostri
nella torre guardati
rimanga custodito, e se vorrete
tornare a lui la libertà gradita,
tosto qua conducete
l’ultimo tra voi nato,
Beniamin chiamato;
né sembri ciò del mio rigore effetto,
che unito col regnar nacque il sospetto.
I figli di Giacobbe (a 4)
Chi di noi resterà
ostaggio e prigioniero,
di politico impero
dura necessita?
Un figlio di Giacobbe
Ma che non più ritardi
ciascun di palesare il suo desìo
per obbedire a chi ci comandò.
I figli di Giacobbe (a 4)
Io m’imprigionerò,
I figli di Giacobbe (a 5)
poiché ogn’affanno raddolcisce e molce
il soccorrere i suoi, e la memoria
di sofferte sventure è sempre dolce.
SECONDA CANTATA
Turba de’ servi (a 3)
O voi che lasciate
d’Egitto il soggiorno
e i passi affrettate
di Mambre al ritorno,
ladroni, fermate!
Testo Turba di servi, avvezza
ad eseguir severi
di Giuseppe gl’imperi,
arresta i figli di Giacobbe e ardita,
fuor de la regia corte,
li minaccia di morte;
quando il grave delitto
de la rapita tazza
nel ritorno in Egitto
ostinati negar fossero intenti,
onde mesti e dolenti,
dubbiosi di lor vita,
chiedon ricorso di Giuseppe al trono,
per mostrare a le genti
che in accusa sì vile i rei non sono
e ricalcando al suol da cui partîro,
così parlar s’udîro:
I figli di Giacobbe (a 4)
Destin, fa’ pur che vuoi.
Stella crudele e ria
operi quanto sa.
Sempre maggior vedrà
del suo rigor la sofferenza in noi.
Un figlio di Giacobbe
Signor, dai vostri servi
siam di furto accusati
in tempo che onorati
fummo da voi di regal mensa, in cui
l’amato Beniamino
teneste a voi vicino e Simeone
ci rendeste prigione.
Ond’impossibile
è per mio credere
che ciò d’un popolo
accarezzato
beneficato
possa succedere.
Ma perché in questa reggia
nell’accusa de’ figli
ombra non resti mai
che oscurar possa di Giacobbe il nome,
si ricerchin le some
se vi piace, signor, e di ciascuno
sian disciolte le sacca, e quando il fallo
del rapito metallo
in un di noi si discoprisse, a sorte
reo sia fatto di morte.
I figli di Giacobbe (a 3)
Poiché l’uom, mentre gode
de la vita il tesoro,
viver deve al suo nome e non all’oro.
Testo Le prime voci appena
furon del popol querelato intese
da Giuseppe, che chiese
contezza aver distinta
di ciò che a’ servi suoi
segretamente comandar gli piacque.
Indi poi si compiacque
far quanto richiedea
la gente cananea e fu trovata
di Beniamin nel sacco
la tazza che fingevano rubata.
Ond’egli, a lor rivolto,
palesò con la voce
ciò ch’esprimea con muta frase il volto.
Giuseppe Alme vili, indegni avanzi
de la fame a cui servite,
eseguite prontamente
la condanna che poc’anzi
prescriveste al delinquente,
che s’empio è l’uom se l’innocenza incolpa,
ingiusto è ancor se inpune va la colpa.
I figli di Giacobbe (a 5)
Frena, signor, deh frena
gl’impulsi del rigore.
Se fanciullo è l’errore,
sia eguale ancor nel sodisfar la pena,
che se cresce con l’uomo
dell’òr la sete
e al mal oprar lo sprona,
più che umano è se l’uomo all’uom perdona.
Giuseppe Rigor da voi si crede,
gente rozza e plebea,
le bilancie d’Astrea
trattar con mano a regger mondi avvezza,
e se di fanciullezza
voi stimate l’errore,
nella reggia d’Egitto
a che farlo delitto e a tai rapine
prescriver morti e decretar ruine?
No, no, s’eseguisca
la pena che voi
avanti di noi
di morte imponeste
affin ché qui reste
il fatto esemplare
e l’uom di rubare
mai più non ardisca.
Un figlio di Giacobbe
Mira, signor, deh mira
ch’il lagrimar frequente
lo palesa innocente.
Giuseppe Son le lagrime incanto
di gente avvezza a lusingare, e poi
segno non è dell’innocenza il pianto.
<Un> figlio di Giacobbe
Farlo degno ben puoi
di discolpar sé stesso.
Giuseppe Il parlar con un reo non m’è concesso.
Un figlio di Giacobbe
Misero, e che farò?
Dimmi, Ciel, che sarà,
se il mio pregar non può
muover l’altrui pietà?
Duolmi, signor, ch’io fui
appresso il genitore
sola caggione de’ travagli sui,
che con occhio dolente
rivolgendosi agl’astri
nel partir del fanciullo
pianse i perigli e sospirò i disastri.
Onde supplice invoco
la pietà d’un regnante,
che renda al vecchio padre
un figlio agonizante
e in sua vece uno di noi condanni
d’aspra morte gl’affanni,
I figli di Giacobbe (a 3)
che con gioia infinita
ciascun per lui impiegherà la vita.
Giuseppe Sù, sù finiscano
l’angosce e i gemiti,
né più nutriscano
l’inconsolabile vostro dolor,
se incomparabile
del tutto resero
l’immenso giubilo dentro il mio cor.
E già che dal destino
a me fu dato in sorte
dai perigli di morte
salvar te con i tuoi,
amato Beniamino,
di condonar ti prego
quanto già mai far seppe,
se di furto leggiadro
crederti fece ladro il tuo Giuseppe.
Giuseppe io son, né vi perturbi il nome
d’un che morto credeste,
d’un che molt’anni sono
a vil prezzo vendeste,
poiché se scorsi in voi
ciò che trovar pretese
il mio finto disdegno,
pietà del padre e affetti del fratello
le già passate offese
con gl’amplessi io perdono e le cancello.
Più dir vorei, ma in un mar di dolcezza
ha le remore sue la tenerezza.
<I figli di Giacobbe, Testo, Giuseppe> (Madrigale ultimo a 5)
Quanto, quanto s’inganna
quei che ingiusto nell’opre
l’innocenza condanna,
se ciò che fintamente
pensa l’uomo occultare il ciel discopre;
e quando i falli altrui più enormi sono,
è gastigo dei rei anco il perdono.